21.12.2008, di G. Ciaghi

E' diverso dai soliti, originale e caratteristico, situato nel centro di Pinzolo, ricavato nel seminterrato e negli avvolti di casa Bagàt, il locale aperto da Nicoletta e Pio proprio in questi giorni. Viene ad arricchire, con un tassello che mancava, le proposte turistiche della borgata. Colpiscono l'ambientazione, calda ed accogliente, le architetture, le pitture – dipinte a fresco con particolare sensibilità da Daniela Casoni, Laura Todisco e Alessia Segalla – la disposizione dei locali, a garantire un uso rispettoso della privacy, e l'arredo, singolare e molto curato: un ponte tra passato e presente. Dal bar vicino all'entrata ci si addentra nelle “botteghe” artigiane del “marangón” (falegname) e dello “scarpolìn” (calzolaio) – antichi mestieri di famiglia – prima di arrivare al “raoft dal vin” , alla cantina. “Bagàt” nel gergo degli arrotini, il “tarón dei moléti”, indicava il “ciabattino”, ma stava anche ad indicare il particolare coltello usato da quell'artigiano. A Giustino è anche lo “scotùn” , cioè il soprannome usato per indicare un casato: quello della famiglia Antoniolli, di Pio appunto. Il cui padre Carlo, recentemente scomparso, viene spesso richiamato alla memoria ancor oggi nei discorsi e nel parlare della gente per la simpatia e l'affetto di cui si era saputo circondare. Pieno di iniziative, arguto, di molteplici interessi e di grande umanità, fu personaggio che ha lasciato il segno nella comunità. Punto di riferimento per gli emigranti (aveva trascorso molti anni negli USA ad arrotar coltelli) fu l'ideatore del monumento al “moléta”, quello fuso nel bronzo da fra Silvio Bottes, che accoglie gli ospiti di Pinzolo all'ingresso del paese, e fra i promotori del “Fire of July” la festa che riunisce ogni anno a Pinzolo il 4 luglio gli arrotini da tutto il mondo, era maestro di sci, grande sportivo, amante della montagna (nel direttivo della SAT), presidente dei cacciatori, albergatore pieno di intraprendenza (con alcuni amici pianto' il primo skilift a Giustino). Era anche persona che nei momenti di intimità si chiudeva in sé stesso e si trasformava in poeta. Alcune sue poesie, che esprimono la fatica di vivere dell'emigrante e la nostalgia per la casa natia e per la terra appena lasciata, pubblicate in un volumetto della Cassa Rurale, toccano il cuore per la malinconia e delicatezza dei sentimenti. Sapeva pero' anche “stare al mondo”, “stare al gioco”. Non dimentichero' mai quando Lino Lacedelli, il grande scalatore che conquisto' il K2, all'indomani della grande impresa venne quassù , e si presento' a lui con grande prosopopea: “Piacere, Lino Lacedelli da Cortina” - gli disse con la erre moscia che lo caratterizzava, allora segno di distinzione, nel porgergli la mano. E Carlo nel ricambiare, ribatté con prontezza: “Carlo Antoniolli di Bagàt, conte di Gajolìn!”. Al che Lacedelli fece un inchino. “Gajolìn” è il nome di una località sulla montagna di Giustino, dove Carlo aveva una baita.

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